DOTTORCALIGARI | per fare un'avventura dell'avvenimento più comune, basta raccontarlo
| home
Il medico solleva la lastra grigionera. La osserva pensoso. È la mia testa, quella? Il mio cuore? La mia anima in controluce? Svelerebbe arabeschi preziosi, quest’anima, se guardata in controluce. Fantasie di bambina, comunque. Quando devi emettere un verdetto, almeno non metterlo giù in forma interrogativa. Che poi mi scombussolo per niente. Se le chiedessi. Le chiedessi cosa? La cosa più semplice. Quante volte finora lo avrà fatto. Se le chiedessi di scrivere il suo nome. Qui, usi questo. Questo foglietto bianco. E usi questa. Mi allunga una biro, dal tappo mangiucchiato. E io sono ancora abbastanza lucida, oggi, sono abbastanza in salute per immaginare questo. Per vedere i suoi denti gialli che rosicchiano il tappo della biro. E la sua saliva che lo fa luccicare. Per provare abbastanza schifo da allungarmi verso il portapenne e sceglierne un’altra. Ecco la risposta. La risposta a tutte le sue domande. Era facile, d’accordo. Lo ammetto: ho già risposto circa un milione di volte. Quante esattamente? Ricordo ogni volta, sì, dottore. Le posso fornire elenchi, cifre precise. Aspetti, ho qui tutto nella borsa. Come ti chiami? Come mi chiamo? Sembra che alla gente, in fin dei conti, interessi solo questo. Da quando nasci a quando crepi. Te lo chiedono appena cominci a parlare. La prima domanda. Anche l’ultima, a quanto pare. Quando il tempo per rispondere sta per scadere. Quando le lastre parlano chiaro. Eccola, la risposta. Te la allungo. Ho scritto bene? Leggila, dottore. Annusala, fotocopiala, strappala, buttala nel cesso, mangiatela con un filo d’olio. Signora, la prego. Posso chiederle di rifarlo? Lo hai già fatto. Mi chiedi il permesso? Lo hai già fatto. E scrivo di nuovo. Più lentamente, stavolta. Pessima calligrafia, lo so. Un difetto di cui non mi sono mai curata. Di sicuro, non comincerò ora. Né domani. A proposito: di che giorno viene domani? Ecco, così dovrebbe andare. Ho perfino ricamato le consonanti. No, non va bene, invece. A giudicare dalla sua aria perplessa e lievemente irritata. Non va bene per niente. Vuoi vedere che ho sbagliato la domanda più facile? Eppure giuro che la sapevo. È da qui che comincia il mio calvario. Anche se gli altri sono convinti che sia il loro. Si affannano a trovare un senso. Un senso all’insensatezza. Insistono così tanto che mi sento di compatirli. Nessun dolore, finora, grazie. Solo tanto imbarazzo. Ma soprattutto fastidio. Purissimo, nauseante. Cosa vi spinge a esser sempre fra i piedi? A mettervi in fila per scocciarmi? Ad accanirvi tanto? Che vi ho fatto? Tutti quanti: ce l’ho con voi, sapete? Tu, uomo che sostieni d’esser mio marito. Voi, ragazzi biondi e occhialuti, le labbra troppo rosse, che pretendete d’essermi figli. Non vi piace come scrivo? Leggete dell’altro. Il mondo, là fuori, brulica di scrittori stimatissimi. Le biblioteche traboccano di merda che è stata scritta solo per la vostra costante edificazione. Ma loro niente, insistono che dovrei parlare. Parlare con loro. Decidetevi! Devo parlare o scrivere? Mettermi a nudo, dicono. E le lastre? Non sono nuda abbastanza? No, dicono. Dovrei liberarmi di questo peso. Del peso che porto dentro. Perché lo devo avere per forza, un peso. Un peso. Che mi attanaglia dentro. Che stringe giusto lì, dove fa più male. Altrimenti non si spiegherebbe quel che scrivo. Quel che ho scritto su quel foglietto. Che ci scrivo ogni volta che mi chiedono di scrivere come accidenti mi chiamo. Perché, credici mamma, credimi cara, quello che ti ostini a scrivere su quei foglietti non è affatto il tuo nome. Te lo possiamo assicurare. Noi ti conosciamo bene. Conosciamo il tuo nome. Ci sgorga dalle labbra senza nemmeno pensare. E conosciamo quella parola. È una parola diversa. È una parola sconcia, lo sai? Una parola sporca. Lurida. Ripugnante. Abominevole. Certo che la sapete lunga, voi, in fatto di aggettivi. Io spiego loro che quella roba lì non è altro che un nome di donna. Pronunciato ogni giorno da centinaia di uomini, alcuni persino innamorati. Ne ricordo almeno altre duecento, di donne, che si chiamano più o meno così, nel condominio dove sto. No, mamma: tu non vivi più laggiù, da molti anni. E si guardano l’un l’altro, sconsolati. Poi tornano a chiedere perché io scriva quella parola al posto del mio nome. C’è qualcosa che ho tenuto nascosto finora? Che voglio infine confessare, prima che sia troppo tardi? Tardi: tardi per cosa? Trauma: di questo mi accusano, ecco che si sono inventati. Sei lettere, inizia con la T: gliela deve avere suggerita il medico, quel moretto troppo magro che mi visita tutte le mattine. Lui sa un sacco di parole che iniziano con la T. Queste sì che sono sconcezze. Fino a oggi oscenità del genere le avevo sentite solo in bocca a lui. E si affannano, loro, per carità, giorno e notte, intorno al mio letto. E mentre l’infermiera mi sfila la padella da sotto il culo, si rodono, si arrovellano. Si grattano la testa. Mi chiedono di scrivere. Mi allungano i dannati foglietti. Li leggono, fanno su e giù per la stanza. Li strappano. Se ne vanno silenziosi, poi tornano che puzzano di sigaretta o di vino scadente. Scoppiano in lacrime senza ritegno. Ma dico io. Certe spudoratezze. In questa dimora di cristallo. Chi diavolo vi ha insegnato a comportarvi così? La prego, infermiera, dia loro della minestra calda. E aggiunga della carne tritata, con poco sale. Lo vede come sono deboli? Bisogna nutrirli. Lo vede come sono malaticci? Lo vede che pena mi fanno? Sicuro che vi prenderei a schiaffi, adesso, se fossi vostra madre.
| home