DOTTORCALIGARI | per fare un'avventura dell'avvenimento più comune, basta raccontarlo

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Come un segnale radio lontano e intermittente, questo all’inizio. Suoni graffiati, sovrapposti l’un l’altro. La mente non segue una grammatica regolare: procede a balzi, andirivieni, rotolamenti, frasi smozzicate; ha una punteggiatura tutta sua. E le azioni che la traducono in fatti non sono mai un buon criterio di lettura. Non era comunque il caso di scoraggiarsi: bastava esercizio tenace, infischiarsene di chi lo riteneva un po’ tocco, ogniqualvolta si metteva a fissare le persone serissimo in attesa di captare i loro pensieri. Poi un pomeriggio, mentre passava da un luogo affollato, di colpo avvertì una voce distinta, e subito un’altra incunearsi nel proprio subconscio. E poiché nessuno, lì intorno, gli stava rivolgendo la parola, intese che sì, ci stava riuscendo.

Il locale era zeppo, quella sera, e la sua tecnica in stato di grazia. Era riuscito a isolare i pensieri di tutti i presenti, a cogliere ogni drammatica o spassosa contraddizione fra quel che facevano e quel che dicevano a se stessi di voler fare. Una voce però doveva essergli sfuggita. Un timbro femminile, delizioso, che ora lo chiamava per nome, prima in tono morbido, poco più che un sussurro, poi sempre più fermo. Una donna in effetti c’era, là dentro, sola e bellissima, seduta a un tavolino d’angolo. La scrutò emozionato: con fare trasognato, lei ora ascoltava la musica, ora leggeva il menu, ora salutava qualcuno due tavoli più in là, ora sorseggiava il suo drink. Nel complesso pareva così immersa nei fatti suoi, che a lui venne per la prima volta il sospetto che non fosse talento, il proprio, ma pura immaginazione.

Un cameriere lo urtò mentre s’era deciso a puntarla: gli rovesciò addosso un bicchiere di gin, mandandolo a sbattere contro una coppia che ballava. Si scusò, si pulì la giacca, e nel tornare sui suoi passi vide che la donna era svanita. Si concentrò allora sulla sua voce invisibile, e scoprì che non era affatto sopita, ma se possibile più intensa di prima. Prese il cappotto e scivolò fuori dal bar. La cercò per il resto della notte, guidato da un richiamo stordente, che lo condusse senza esito negli angoli più remoti della città. Fu la pioggia, a un certo punto, a interferire col segnale. Mancava poco all’alba, e lui era fradicio, sfinito. La delusione lo accompagnò fin sulla porta di casa. Stava per inserire la chiave, quando capì d’un tratto che non ce n’era bisogno. La porta si aprì dall’interno e il sorriso che lo accolse gli fece scordare tutta la fatica. Sapevi dove vivo, le chiese senza parlare. Di te so questo, rispose lei a labbra chiuse, e molto altro ancora.

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