DOTTORCALIGARI | per fare un'avventura dell'avvenimento più comune, basta raccontarlo
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L’uomo che mi somiglia ha una fessura fra gli incisivi superiori, capelli
biondicci sottili, che diradano sulla fronte, guance perennemente arrossate.
Mi somiglia così tanto che è impossibile distinguerci. Mi somiglia anche in
cose in cui non dovrebbe somigliarmi, posto che abbiamo vissuto due vite
distinte, almeno da un certo punto in avanti. E invece, anche lo sguardo più
attento non riuscirebbe a cogliere la minima differenza. Abbiamo lo stesso
timbro di voce, la stessa lunghezza di barba, lo stesso taglio di capelli,
come se andassimo dallo stesso barbiere, e ci andassimo lo stesso giorno
alla stessa ora, e lui tagliasse con lo stesso stile e lo stesso umore, e
commettesse gli stessi piccoli, insignificanti errori con entrambi. E quando
al vento piace scompigliarci il ciuffo, gli piace farlo
esattamente nello stesso modo e momento. Indossiamo vestiti della stessa
misura, taglio e colore, sebbene – abbiamo verificato – comprati in negozi
differenti. Abbiamo identici gusti in fatto di scarpe e cravatte, e li
abbiamo simultaneamente, per cui se lui oggi decide per la cravatta rossa a
pallini blu e i mocassini, sicuro che anch’io finirò con l’uscire di casa
conciato alla stessa maniera. E poi quei certi tic con le dita delle mani,
quel certo arricciare le labbra quando siamo nervosi, la postura ingobbita
nello stare seduti, persino il modo di guidare la macchina: stessa
delicatezza nello sfiorare il cambio, identico tocco nell’affondare sui
pedali. D'accordo, magari esagero, ma la verità è che potrei dilungarmi su centinaia di altri minuscoli
dettagli che ci rendono l'uno la copia esatta dell'altro, tanti quanti ne può contenere la vita di un cinquantenne.
Ma finirei per annoiare chi legge, e oltretutto non farei
che rimandare il solo appunto essenziale, vale a dire questo: con l’uomo che
mi somiglia condivido gli stessi ricordi. Non proprio tutti, però: solo fino
a un certo punto. Nella caccia alle origini della nostra sorprendente
somiglianza, questo indizio, quando l’abbiamo scoperto, ci ha fatto
finalmente scartare l’ipotesi più ovvia, ossia d’esser stati da sempre,
senza saperlo, gemelli. Un istante dopo, ci siamo guardati negli occhi e
abbiamo annuito silenziosi, pensando simultaneamente alla stessa ipotesi
residua. Io e te, ci siamo detti senza parlare, nient’altro siamo che la
stessa persona. O meglio, lo siamo stati a lungo. Finché, a un certo punto,
non si sa come né quando, anche se è probabile che lo scopriremo presto, le
nostre vite si sono come disgiunte, separate, dissociate. Dillo come vuoi,
ma il punto è sempre quello: due scelte opposte, due modi nuovi e fra loro
incommensurabili d’intendere il futuro; due opzioni incompatibili, fra le
quali ciascuno di noi, preso da solo, non sarebbe forse mai stato in grado
di scegliere. Perciò, anziché farlo, o pur di non farlo davvero, ci siamo
scissi inconsapevolmente in due e, senza rinunciare a essere noi stessi,
abbiamo iniziato a vivere due esistenze parallele. Anche se poi nemmeno
tanto parallele, dal momento che, eccoci qua: abbiamo finito per
incontrarci.
Racconterò appunto ora di come ci siamo incontrati, tanto per cambiare
grazie a quel sommo e imperscrutabile miscelatore di vite che è il caso. In
effetti, vien quasi da ridere se si pensa a come le cose andarono quella
notte: talmente lontani fummo per circa un ventennio, e poi d’un tratto
talmente vicini l’uno all’altro da rischiar quasi di ammazzarci a vicenda.
Insomma: potevamo morire fianco a fianco senza nemmeno vederci in faccia una
volta. Tutta colpa del sottoscritto e della sua scellerata attitudine a
distrarsi al volante. Magari condivisa anche dall’altro me stesso, con la
differenza che lui, quella volta, al contrario di me, ebbe la saggia idea di
viaggiare in taxi. A dire il vero, all’inizio fui vigliaccamente portato ad
attribuire la colpa del fattaccio al sistema semaforico della città. Un
semaforo, infatti, era stato a fregarmi, mentre tornavo da una giornata di
lavoro protrattasi alcune ore di troppo; un semaforo che, come tutti i suoi
colleghi di reparto, avrebbe dovuto limitarsi a lampeggiare pigramente,
lasciando via libera a chi occupava la strada maestra. Invece il birbante
era fermo sul rosso, un colore che francamente a me non piace, e che di
regola fatica a sfuggirmi, ma che purtroppo quella sera, perduto com’ero in
non so quali pensieri, non vidi prima che fosse troppo tardi. Il taxi mi
centrò dal lato destro, facendo esplodere i finestrini e collassare il
parabrezza. La mia auto fece una giravolta di centottanta gradi, mentre il
motore cedeva di schianto. Di pura inerzia, finii a cozzare col posteriore
sullo spigolo di una casa d’angolo, di traverso sull’incrocio. Nonostante la
sorpresa e la vertigine dell’impatto, riuscii a non perdermi un solo
fotogramma dello spettacolare balletto in cui si produsse il taxi. Dopo un
portentoso testacoda, travolse una panchina e un paio di fioriere sul
marciapiede opposto, s’incuneò fra i tronchi di due alberelli e terminò la
corsa a un dito dalla vetrina di una gioielleria. Un allarme cominciò a
strillare. La testa che girava, scesi barcollante dall'auto
e, tenendomi una spalla da cui irradiavano fitte terribili, mi avvicinai al
taxi dal lato del guidatore. L’intenzione era di prestare i primi soccorsi,
ma ricordo solo che c’era troppo sangue, vetri e sangue ovunque, e il
tassista era privo di sensi in una posizione innaturale, e così mi dovetti
voltare dall’altra parte per reprimere la nausea. Riuscii a malapena a
chiamare un’ambulanza e, un istante prima di svenire, a scorgere chiaramente
un’ombra che si agitava sul sedile posteriore: c’era un altro passeggero a
bordo, un cliente, era vivo, e cercava di aprire a spallate la portiera
bloccata.
Non mi ero fatto niente, scoprii un’ora dopo, quando mi ripresi al pronto
soccorso. Un forte contraccolpo alla schiena, tutto qui: doloroso ma
inoffensivo, guaribile con un po’ di pazienza e un breve ciclo di
fisioterapia. Nemmeno il tassista, a dispetto delle apparenze, era messo
gran male: un paio di costole incrinate, una lieve commozione cerebrale,
nulla di serio. Avrebbe ripreso a lavorare prestissimo. Tutto il sangue che
avevo visto si doveva, a quanto pare, per un terzo a una ferita all’arcata
sopraccigliare che il guidatore s’era procurato sbattendo la faccia sul
volante, e per i restanti due terzi alla mia spiccata tendenza
all’autosuggestione. E ora veniamo al punto. Il tassista, nonostante i forti
sedativi somministratigli, era lucido e loquace. Quando andai a trovarlo
l’indomani mattina (il suo letto era nella stanza accanto alla mia), disse
di sentirsi tutto sommato sereno, non solo perché non c’era nulla di rotto,
ma soprattutto perché era certo che l’assicurazione l’avrebbe risarcito di
ogni danno. Gli sorrisi cordiale, mentre il senso di colpa mi stringeva lo
stomaco: non si preoccupi, chiosai, non c’è alcun dubbio sulla dinamica, mi
assumerò ogni responsabilità. A queste mie parole, lui si zittì e si mise a
scrutarmi parecchio perplesso, più o meno come si scruta un marziano. Poco
dopo, si sentì in dovere di precisare quanto segue: la colpa è di quello
sciagurato che è passato col rosso, mica sua che se ne stava seduto sul
sedile di dietro…
Lasciai la stanza dopo una mezz’ora buona di reciproche incomprensioni: il
tassista non voleva sentire ragioni. Povero diavolo, mica era colpa sua: lui
aveva ricevuto la mia chiamata, mi aveva aspettato sotto casa, mi aveva
scarrozzato per la città, aveva fissato la mia faccia impenetrabile nello
specchietto, aveva persino tentato di scambiare due chiacchiere mentre io,
stravaccato sul sedile posteriore, mi sforzavo di ignorarlo. Qualunque altra
persona di buon senso si sarebbe resa conto, come lui, che no, di sicuro non
potevo trovarmi, nello stesso istante, a bordo di due macchine diverse. Tesi
che ovviamente sostenevo anch’io. E siccome sapevo meglio di lui chi non
aveva rispettato le precedenze quella sera, sulle prime pensai che il mio
interlocutore fosse semplicemente fuori di sé. Tuttavia, poco a poco,
iniziai a convincermi che la fermezza con cui difendeva il suo punto di
vista non poteva affatto reggersi sul nulla. Così interrogai dapprima i
paramedici dell’ambulanza, che giurarono e spergiurarono come non ci fosse
anima viva, oltre a loro, al tassista e a me, sul luogo del sinistro. Sentii
poi il medico di turno, che fece un confuso discorso circa lo stress post
trauma, il quale talvolta rimescolerebbe non poco i ricordi e altererebbe la
percezione della realtà. Sempre meno persuaso, feci infine un paio di
ricerche presso la centrale dei taxi, e riuscii a cavarne il numero di
cellulare da cui era partita l’ultima chiamata prima dell’incidente. Composi
quel numero, udii una voce maschile, riattaccai col fiato in gola:
somigliava in modo stupefacente alla mia. Poi rifeci il numero, parlai a mia
volta, e apprezzai il silenzio attonito all’altro capo. Ebbi una specie di
intuizione, di sinistro presentimento. Non poteva essere, mi dissi: eppure
lo sembrava, lo sembrava veramente. Mi feci coraggio e spiegai all’uomo che
noi due non ci conoscevamo, ma che dovevamo per forza incontrarci: era una
questione troppo importante, balbettai, vitale in un certo senso. Che sì,
riguardava l’incidente della sera prima, ma io non ero né un poliziotto né
un ispettore dell’assicurazione, poteva stare tranquillo. Che forse sì, in
effetti, era il caso ci vedessimo in un posto appartato, sicuro, dove
avremmo potuto discutere con la massima riservatezza. Mi diede l’indirizzo
del suo albergo, il numero della stanza: stava per lasciare la città, ero
pregato di sbrigarmi.
La sensazione che provai non tenterò nemmeno di descriverla. Stupore,
sgomento, vertigine, smarrimento. Tutto questo e altro ancora. In effetti,
potrei scorrere l’intero vocabolario della mia e di cento altre lingue
diverse, prima di trovare un aggettivo in grado di esprimere l’intensità
dello sconvolgimento che mi prese, che ci prese entrambi, mentre spingendo
lo sguardo oltre la soglia di quella camera d’albergo ci trovammo
reciprocamente sull’attenti di fronte a uno specchio in carne e ossa. E
quell’aggettivo così adatto ancora non basterebbe. Respirammo, ci chiudemmo
dentro la stanza, ci guardammo a lungo e poi distogliemmo imbarazzati lo
sguardo e poi ci fissammo ancora avidamente. La verità era davanti ai nostri
occhi, nuda, spudorata incontestabile. Le guance in fiamme, il fiato sempre
più corto, sapevamo già tutto l’uno dell’altro, e quel che non vedevano gli
occhi vedeva con ancor più chiarezza l’immaginazione, e tutto il resto di
quel che dovevamo dirci, a quel punto, ce lo saremmo detti più che altro in
silenzio. Perché sei fuggito, quella sera? Perché ti avevo visto, e non
potevo credere ai miei occhi; soprattutto, non volevo dare il tempo a
quell’apparizione di tramutarsi in ricordo. E perché hai accettato, oggi, di
vedermi? Perché ormai mi avevi trovato, ed ero sicuro che non mi avresti più
mollato: non avevo comunque scampo. A proposito di ricordi, chiesi
d’istinto: raccontami qualcosa di te, e comincia dall’inizio per favore.
Così giungemmo rapidamente alla sola conclusione possibile: mi parlò di mia
madre e di mio padre, con la stessa dolcezza e la stessa dolente intonazione
di rimprovero che avrei usato io. Ricordò particolari della mia infanzia e
giovinezza che ancora mi bruciavano o commuovevano o mi facevano svegliare
di soprassalto la notte. Gli occhi già lucidi, tirai fuori il cellulare,
chiamai casa, avvertii che avrei dormito in ufficio, niente di insolito. Poi
spensi il telefono. Ci mettemmo a parlare, io seduto accanto alla finestra,
lui su una sponda del letto. Andammo avanti ore intere, mentre fuori
annottava e noi non sentivamo né stanchezza né fame. Al punto cruciale
arrivammo solo intorno alle tre del mattino. Non hai l’anello, notai
indicandogli una mano. Non mi sono mai sposato. Questo già identificava un
periodo ben definito, anche se occorreva andare più a fondo. Com’è
possibile, considerai, che per quanto sia grande questa città non ci siamo
mai sfiorati finora? Sono da queste parti solo per affari, spiegò: vivo
all’estero da quando avevo trent’anni. Lo fermai prima che dicesse altro.
Ora era tutto chiaro. Sapevo il giorno esatto in cui ci eravamo separati.
Ci lasciammo con una promessa, una specie di assicurazione sulla reciproca
serenità: di non vederci mai più, di non far parola della cosa con anima
viva. O magari no, ecco; magari si poteva parlarne a qualcuno, ma solo per
riderci sopra, solo riducendo il tutto a una specie di sogno a occhi aperti,
una bizzarra fantasticheria cui ci eravamo lasciati andare a tempo perso. Ci
stringemmo la mano, una stretta calda e asciutta, notai: sì, potevo andar
fiero della mia stretta di mano. Poi, prima di andarmene, ebbi la disastrosa
debolezza di fare a quell’uomo la sola domanda che non avrei mai dovuto
fargli. Avevo giurato a me stesso di trattenermi, ma ci cascai lo stesso.
Dimmi, sei felice, gli chiesi, con un filo di voce. Ebbene: lo so da me
d’aver sbagliato, che non avrei dovuto nemmeno concepirla, una domanda del
genere; la feci d’impulso, senza rendermi conto a cosa mi stavo esponendo. E se lui fosse stato solo un briciolo più lucido,
solo appena più forte di spirito del sottoscritto, non avrebbe nemmeno
dovuto concepirla, la possibilità di una risposta. Ma lui era me stesso, in
fin dei conti, e non era in grado di dominare gli impulsi più di quanto lo
fossi io. Senza volerlo, avevamo appena messo a nudo il nostro peggior
difetto: voler per forza sapere più di quanto è il caso di sapere. Quindi
rispose. E rispose nel modo più confuso e contorto possibile, nel modo in
cui io stesso, riconobbi, avrei risposto se felice della piega che aveva
preso la mia vita non lo fossi stato nemmeno un po’. Sorrisi, lo ringraziai,
mi congedai per l’ultima volta. Salii in macchina, la mia nuova macchina,
dato che l’altra s’era trasformata da alcuni giorni in rottame. Guidai verso
casa con una strana leggerezza in corpo, sentendo d’un tratto tutta la
stanchezza della notte passata in bianco. Non c’era dubbio alcuno, mi dissi,
mi ripetei cento e mille volte, fra quando accesi il motore e quando mi misi
finalmente a letto, in piena mattina: l’hai fatta tu la scelta migliore.
Niente di cui rammaricarti, niente di cui vergognarti. Era la tua strada, e
quel giorno l’hai saputa riconoscere. Ora rilassati. Ora non pensarci più.
Fu solo qualche ora più tardi, mentre appena sveglio mescolavo lo zucchero
nel caffè, che mi sorprese un pensiero, un pensiero tremendo. Un sospetto,
che – lo capii subito – non mi avrebbe abbandonato mai più. Il sospetto che
quell’uomo, in realtà, fosse stato molto più scaltro di quanto m’era
sembrato. Che avesse fatto, cioè, proprio quel che avrei fatto io se
qualcuno, nel pormi una domanda, una domanda inquieta e temeraria, avesse
messo nelle mie mani il suo stesso cuore: pur di non fargli del male, non
avrei esitato a mentire.
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