DOTTORCALIGARI | per fare un'avventura dell'avvenimento più comune, basta raccontarlo
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I’m a loser, baby. Già, e tu che ne sai? Ti ci vedo, con quell’aria
sbarazzina, le belle ciocche bionde spettinate, il faccino pulito. Sai che
ti dico? Lascia perdere, baby. Non lo sai e basta, ecco la verità. Mi vien
da ridere. Spengo il monitor dove sono andato a cercare il tuo musetto –
perché lo dovevo pur guardare negli occhi chi spara certe idiozie – e un
attimo dopo (che pena mi faccio) mi scopro a parlarti come fossi qui con me,
come fossi mio figlio. Provo a insegnarti qualcosa di più sulla vita,
diciamo, qualcosa che ti dev’esser sfuggito finora. Ascolta e impara, baby.
Sai che vuol dire quando fra le tue mani la roccia più solida si sbriciola
all’istante, senza rimedio e con un rumore disgustoso? Conosci la
sensazione? Lo sapevo. E sai come ci si sente quando qualunque richiesta,
qualunque bisogno ti sgorghi dalla gola, anche il più innocuo, il più
irrilevante, la sola risposta che puoi attenderti dalla vita è un caldo,
scaltro, inesorabile “no”? E sai cosa si prova quando si è sempre gli ultimi
a tagliare il traguardo; quando la coperta è ogni notte più corta; quando
non c’è trucco che copra il grigiore della tua pelle; quando non c’è colpo
di fortuna che possa regalarti anche uno, un solo istante di puro,
incondizionato, sacrosanto appagamento? Sì, la vedo la tua espressione
confusa.
A volte le persone si rendono conto di questo mio talento all’incontrario, e
allora le vedi che si sforzano, che fanno di tutto per farmi sentire uguale
a loro, o quanto meno per ferirmi il meno possibile. Si preoccupano che io
non soffra. Pfui. Ebbene, primo: che ne sapete voi di quanto io soffra? Chi ve
l’ha detto che non mi piaccia da matti soffrire? Secondo: perché? Perché
darvi tanta pena per il sottoscritto, quando il sottoscritto non se ne darebbe
nemmeno un poca per voi? E non scherzo: mi siete indifferenti, tutti quanti,
garantito. E perché sprecare le vostre preziose energie a crucciarvi, a
intenerirvi, a non capacitarvi che un essere umano sia irrimediabilmente
peggiore di voi? Perché non sorridete, invece? Perché non vi complimentate
con la vostra buona sorte? Perché non vi soffermate a riflettere su quanto
possa tornarvi utile avere accanto uno come me? Ma pensateci un secondo:
sono lo sparring partner ideale per ogni combattente in difetto di
autostima. Sono la garanzia perpetua per chi non vuol rimanere deluso da se
stesso. Meglio ancora: sono l’amico perfetto. Quello che non vi batterà mai
a tennis o a ramino, che non vi soffierà mai la promozione in ufficio, che
non vi porterà mai via una ragazza. Neanche la più brutta. Neanche
mettendocela tutta.
Calma. Non dimenticare quanta letteratura s’è nutrita del seguente tema: il
riscatto del perdente. Oh, ragazzi: ettolitri d’inchiostro, chilometri di
pellicola. E a te, che effetto fa? Nessun effetto: hai imparato a
conviverci. Perciò calma. Conta fino a dieci, se occorre. La gente crede
d’esser sfigata solo perché ha in media aspettative troppo elevate. Prende
uno schiaffo, uno qualsiasi, uno dei tanti, non si capacita, magari ci versa
sopra un paio di lacrimucce, poi se ne va al cinema a consolarsi, a
convincersi che, in fondo in fondo, ce la può ancora fare. Non sei
responsabile dell’idiozia altrui. Hai mai avuto aspettative? Come no, sin
dalla più tenera età: ma ho imparato quasi subito ad abbassare il tiro. Fino
ad azzerarlo. Ecco, è così che sopravvivo a me stesso. E sta giusto qui la
differenza fra me e il resto dei colleghi. Loro perdono per caso, al limite
per diletto, mentre
io sono un professionista. Io non mi limito a perdere ogni tanto. Io perdo
sempre. Garantito. E perdo al più basso grado della competizione. Io sono
uno sconfitto cronico. Perdo anche se mi sfida il peggiore dei peggiori.
Sono incapace di vincere, sono incompatibile con la vittoria, anche la più
insignificante: io perdo anche quando non faccio niente, anche quando non
partecipo. Facciamo che una sera truccate il mazzo e fate scivolare verso il
mio angolo quattro scintillanti jolly. E poi vi mettete d’accordo per farmi
vincere un paio di mani. Ebbene: non riuscirete lo stesso nell’intento.
Garantito. Il mio talento all’incontrario avrà comunque la meglio. In
effetti, da questo punto di vista, potrei quasi dirmi un vincente.
Una volta ho sognato di avere successo. Di sfondare. Non una cosa qualunque:
una di quelle clamorose, patinate, che rimbalzano sulle pagine di cronaca,
che luccicano sui manifesti pubblicitari, che mandano in visibilio le masse,
che riempiono le tasche di denaro, le pagine delle riviste di vostre foto in
tutte le pose immaginabili. Che volete, stavo sognando: già che c’ero, m’è
piaciuto esagerare. E cosa mi va a succedere? Sto calpestando un tappeto
rosso, in fondo alla strada mi aspetta l’ennesimo ingresso trionfale. Sono
sommerso dai flash dei paparazzi, dalle urla dei fan. Ed ecco che una
ragazzina, quindici anni al massimo, scavalca agilissima le transenne,
semina i bodyguard, corre libera e sorridente nella mia direzione. Quando mi
è davanti, allunga tremante un blocco per appunti e una penna. Con un gesto
sicuro blocco le guardie del corpo, sorrido a mia volta. Prendo dalle sue
mani bianche la penna, e già che ci sono le regalo non soltanto uno
svolazzante autografo, ma una dedica intera. Tutta per lei. Trepidando, la
ragazzina si riprende il blocco, scruta per mezzo minuto buono la mia
calligrafia. Poi si fa tutta seria, e mi fissa in volto perplessa. Lo
sguardo si fa di ghiaccio, la mascella si irrigidisce. Che c’è scritto,
sibila. Che c’è scritto, strizza gli occhi inviperita. Ma che scrittura da
gallina, urla: non si capisce nemmeno che c’è scritto!
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