DOTTORCALIGARI | per fare un'avventura dell'avvenimento più comune, basta raccontarlo
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Si limitava, come ogni mattina, a stropicciare le pagine interne, soffermandosi sulle sole prime righe di ciascun articolo, sicuro che non fosse diverso dal leggere per intero. Gli occhi guizzavano fra le colonne in neretto e la tazza di tè che fumava sul tavolo, accanto a un biscotto sgranocchiato: aspettava che si intiepidisse ancora un poco, prima di bere. D'un tratto il suo sguardo si bloccò. La moglie, che dall'altra parte del tavolo iniziava a raccogliere tazzine e briciole, notò il suo improvviso pallore, come richiamata da un silenzio più forte di quello che faceva da sottofondo alle loro colazioni. Ti senti bene, chiese passandogli accanto, il vasetto della marmellata in pugno, diretta verso il frigo. Lui ci mise un'eternità a capire che qualcuno gli stava rivolgendo la parola. D'accordo, rispose, sorridendo a fatica: un momento e ho finito.
Scelse dapprima la lentezza nei minimi gesti, come se il corpo risentisse dello sforzo che faceva la mente per riesumare e rielaborare decine di ricordi, che aveva impiegato anni a seppellire. Fece spazientire sua moglie, arrivò tardi al lavoro, fu inaffidabile e sconclusionato negli affari più triti, tanto da far innervosire un cliente, da farsi riprendere da un superiore. Attese fino a buona parte del pomeriggio l'istante in cui fu chiara la situazione: uno squarcio improvviso fra le nuvole grigie. Da allora, non fece che affrettarsi. Si prese un permesso per il resto della giornata, si precipitò in auto, azzardò sorpassi nel traffico cittadino, arrivò trafelato di fronte al villino di cui, per l'intera giornata, aveva nascosto in tasca le chiavi, solleticandole di tanto in tanto con dita sudate. Fece scattare la serratura del cancello, che echeggiò nel quartiere semi deserto.
La polvere era tanta quanto l'assenza di cose, di tracce di vita. Anche il fatto che i mobili, tutti vuoti, non fossero spariti acuiva il senso di perdita. E nessuno si era curato di staccare l'elettricità: nella stanza al piano di sopra c'era una luce accesa. Salì col cuore in gola, quasi sperando di incontrarla, sdraiata sul letto, le gambe lunghe, nude, la sigaretta fra le dita, il televisore acceso senza audio: come la ricordava l'ultima volta che era stato laggiù. Scese le scale deciso semplicemente a seguire le istruzioni, ad adempiere alla promessa fatta. Alla fine, non gli sarebbe costata altra seccatura che una mezz'ora di ritardo sulle abitudini quotidiane. Tutte quelle che aveva imparato, un giorno alla volta, da quando aveva fatto a meno di lei. Aprì il frigorifero, ne trasse la bottiglia e il bicchiere che si aspettava di trovarvi. Si sedette a tavola, si versò un goccio. Bevve il primo sorso che, si disse, sarebbe stato anche l'ultimo. Ora occorreva un ricordo, uno solo: però diverso da tutti quelli che lo avevano disturbato nelle ultime ore, da quando aveva chiuso il giornale a quando era tornato in quella casa. Mentre attendeva che arrivasse, sentì qualcuno che armeggiava all'ingresso.
Il ragazzo, non più di vent'anni, non fece come lui. Ignorò la polvere, non si aggirò per le stanze in cerca di tracce. Puntò dritto al tavolo, e non si chiese nemmeno perché il bicchiere fosse già sporco e la bottiglia aperta e iniziata. Versò svelto, ma ancora prima di bere aveva iniziato a singhiozzare. Sperò a lungo che smettesse, poi decise di averne abbastanza. Emerse dall'ombra della stanza accanto, da dove lo aveva spiato. Il ragazzo si scompose meno del previsto. Fece una specie di pausa, tirò su col naso, spalancò gli occhioni lucidi e rossi. Lui si avvicinò senza parlare, gli sfiorò una spalla, sorrise. Prese il bicchiere, mandò giù d'un fiato. Gli si sedette accanto.
Sapevi che la sua vita è tutta dentro a questo portafoglio? Ora il ragazzo ascoltava teso, gli occhi spremuti fino all'ultima lacrima. Lui allargò la custodia di cuoio e ne sfilò un pezzo da cinque. Qui, vedi? Il disegno sul retro: è la città dov'è nata. E questa, continuò stendendo sul tavolo una banconota da dieci, è la faccia del tizio su cui ha fatto una specie di ricerca, una volta, alle superiori o all'università. E poi qui, su quella da cinquanta, guarda: lo conosci questo posto? È il ponte che ha attraversato quando ha deciso di stabilirsi qui, dopo aver girato mezzo mondo. E poi c'è quella da cento: ne hai mai vista una? Quello strano monumento, il solo posto dove non è mai stata in vita sua. Ci vuole un posto, diceva sempre, almeno uno, in cui non si è mai stati fino alla fine. Il ragazzo scosse la testa infastidito. Ehi, disse lui, rimettendo via i soldi: è uno scherzo; me l'ha insegnato lei una volta; lo faceva con tutti. L'avrà fatto anche con te. Il ragazzo si torse le dita delle mani. Poi lo guardò. Lo guardò mentre si alzava, prendeva il bicchiere, lo mandava in frantumi contro la parete opposta. Chiuse gli occhi, si tappò le orecchie, come se il rumore dello schianto continuasse a echeggiargli addosso. Poi non lo guardò mentre lasciava di fretta, quasi vergognoso, la stanza. Mentre usciva in cerca d'aria: perché lì dentro, è vero – lei lo diceva sempre – si soffocava. Sperò che non tornasse.
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