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La prossima attesa

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Poi si finisce per chiedersi se vivere abbia senso. E del vivere non mi riferisco solo alle struggenti piacevolezze, le quali, come dirò fra un momento, mi sono tutte fatalmente negate; dico anche di quando un uomo è infelice per aver commesso un errore, sciupato una facile opportunità: sventure da cui lo può consolare la speranza quanto meno di migliorare in futuro: s’impegni a conservare il ricordo del fallimento, dico io, e alla prossima occasione a comportarsi all’incontrario; e pensi magari che, al sottoscritto, non rimane neppure tanto poco. Lo zucchero, il sale, il bruciore delle cose: niente potrà mai davvero toccarmi. E questo perché quando una qualsiasi svolta s’avvicina, un qualsiasi evento si accinge a sfiorarmi, il tempo subisce un’accelerazione improvvisa, su cui la volontà non ha potere alcuno. E per quanto abbia allestito il momento con tutte le forze di cui son buone la mente e la carne, sul più bello che sto per vedere, annusare, palpare, eccomi invece catapultato in un inesorabile dopo, quando odori, colori, consistenze dovrebbero avere un senso compiuto alla luce di un’altrettanto compiuta memoria, epperò non lo possono avere, perché io quel momento nemmeno l’ho vissuto, l’ho saltato a piè pari, il tempo mi ha giocato questo brutto tiro, e dove la vita è un pieno, nella mia testa c’è un vuoto, e dovrei tipo chieder conto a chi ha visto o sentito al posto mio, ma di norma preferisco tacere vergognoso, e dedicarmi alla prossima attesa, sicuro che sarà vana quanto la precedente.

La volta in cui cantavo da solista nel coro della scuola: arriva il mio turno, mi accingo tremante a intonare, prendo un respiro, spalanco la gola, e un istante dopo la mia voce è sommersa dagli applausi, soffocata dagli abbracci dei colleghi, è già ora di festeggiare, è già tutto finito e io devo ancora cominciare. La volta in cui mi diplomo e, seduto davanti alla commissione, prego fra me: fai buon dio che la prima domanda sia liscia, e sono così teso che nemmeno la sento, la prima domanda, così il presidente la ripete e io capisco che le preghiere hanno avuto effetto, e poi ecco quella leggera vertigine che precede ogni balzo temporale, e sono già a casa, pomeriggio inoltrato, disteso sul letto, mia sorella in cortile scherza con le amiche, dalla finestra la sento cinguettare: non disturbate troppo, mio fratello è a letto con la luna storta, gli è andato male l’esame. La volta in cui, in quel delizioso ristorantino, chiedo a Giulia di sposarmi: le stringo la mano, la guardo negli occhi, sappiamo esattamente di cosa si tratta, e un istante dopo eccoci in auto, silenziosi, perplessi, lei al mio fianco ha un’aria indecifrabile, gli occhi freschi di pianto, potrebbe essere di felicità come di dolore; e io cosa faccio: le chiedo di ripetere?

Così alla fine mi perdo pure la morte. La beffa più atroce, lo sberleffo degli sberleffi: stai sicuro che a questo non c’è il minimo rimedio. Eppure non ero preparato, a differenza delle altre volte. Nel senso: non me l’aspettavo, non sapevo che sarebbe dovuto accadere, o comunque non in quel momento preciso. Voglio dire: almeno fossi stato malato, o stessi svolgendo qualche attività appena un po’ rischiosa. No: me ne stavo comodamente seduto in giardino a sorseggiare una birra, godendomi il primo caldo della stagione, guardando le farfalle svolazzarmi intorno. Pensavo: come occupare il resto di questo splendido meriggio, che mi coglie in piena forma, rilassato e con del tempo libero da spendere? Un buon libro, ginnastica all’aria aperta, un gita in bicicletta? O magari accontentarsi di quest’ozio dorato, di questo dormiveglia scanzonato, che intiepidisce il cuore e sfuma ogni pensiero? Poi, d’un tratto, l’ennesimo attacco di vertigini, che subito mi proietta nel futuro, il peggiore di tutti: una visione fugace dall’alto del mio corpo riverso sull’erba, inequivocabilmente esanime, quindi il nero assoluto. E dentro a questo nero assoluto, la mia voce che ripete: passerò l’eternità a chiedermi chi o cosa mi ha ucciso?

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