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La direzione opposta

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Autobus delle otto meno cinque: fingo di sonnecchiare ma, fra le schiene dei passeggeri in piedi, tengo d’occhio la mia preda. Stamattina ha raccolto i capelli in un delizioso chignon biondo: le dà un’aria compita, senza rinunciare alla naturale sensualità. Bellissima, come sempre. L’attrice che chiunque vorrebbe nel proprio film. Peccato le sfugga il suo vero talento. Il suo potenziale. Conto almeno dieci maschietti, intorno a me, incapaci di staccarle gli occhi di dosso. Sorrido, pensando agli anni luce che li separano da lei: alle loro parti mediocri. Chissà: magari la prossima missione sarà proprio a casa di uno di loro. Ora però mi concentro sul lavoro di oggi. Consulto la mia agenda, mentre gli occhiali rimbalzano sul naso a ogni scossone del mezzo. L’ennesimo maleducato mi dà una spallata mentre si affretta verso l’uscita. Detesto gli orari di punta; più in generale detesto la gente. Rivedo la mappa delle fermate: lei scende alla prossima. Intasco l’agenda, mi preparo a seguirla. L’autobus compie una lunga curva a est, prima di imboccare il viale alberato che taglia in due il centro. Di questa città, confesso, ho un ricordo piuttosto confuso. Risale a circa due anni fa. Era sempre una ragazza, quella volta?

La seguo con prudenza: sono il solito mago nel non farmi scoprire. Lei ha un passo sicuro, come mi aspettavo: crede di sapere quale direzione sta per prendere la sua vita, fila spedita verso il destino che ha scelto per sé; pregusta la svolta che ha allestito con tanta tenacia. Peccato che si sbagli. Peccato non sia così che deve andare. Il copione io l’ho letto: è per questo che mi trovo quaggiù. Attendo che infili una delle viuzze laterali: molta meno calca, più spazio per agire. Man mano che avanzo schivando schiene e facce in movimento, il luogo riaffiora alla memoria: una geometricità esasperata, una città disegnata con riga e goniometro; chi l’ha ideata e allestita doveva patire un’ossessione: non perder mai di vista l’insieme; garantire se stesso e i propri figli dal rischio di smarrirsi. Come se il vero scopo di un abitato sia poter conoscere, con la semplice conta di parallele e intersezioni, dell’ampiezza degli angoli, in quale punto ci si trova e quanto dista qualunque altro. Ogni percorso predefinito, ogni distrazione negata in partenza.

Conosco questa faccia, il modo di reagire. Non c’è approccio che tenga, quando una persona è così assorta nei propri errori: tenterà dapprima di scartare, di lasciarsi dietro l’ingombro. Vi tratterà come foste un’ombra di passaggio, un breve sogno da cui lavarsi gli occhi. Insomma, come foste voi l’errore. Quando devo insistere, lo faccio col massimo garbo. Non c’è pericolo da correre, suggerisco, né perdita alcuna di tempo. Certe volte però, come ora, serve un tocco in più di fermezza: la persona deve afferrare l’inevitabilità del contesto. Deve capire che proseguire in qualunque altra direzione non solo è sconsigliabile, ma semplicemente impossibile.

Lei sbircia intorno nervosa: cerca una via di fuga, magari la sagoma di un poliziotto cui chiedere soccorso. Le chiarisco che il mio intento è aiutarla. Non sono comunque così ingenuo da aspettare che mi creda: perciò passo subito alle didascalie. Guardati intorno, le dico: il tempo è immobile. Il sole ha smesso di solcare il cielo, le nubi di addensarsi; il volo degli insetti è fermo a mezz’aria. Siamo soli, abbiamo l’agio che ci serve. Per esser più persuasivo, aggiungo qualcuno dei miei giochetti di prestigio. Vedi quel signore là in fondo, quello che legge il giornale? Fra un momento si alzerà dalla panchina, starnutirà, getterà il giornale nella spazzatura. Vedi la signora con la borsa della spesa? Sta per inciampare nel primo gradino di quella scala: sembrerà cadere di faccia, ma all’ultimo non si farà male. Lei prima mi fissa con aria confusa, poi osserva le mie previsioni avverarsi, l’uomo e la donna muoversi al mio comando. Non fare quella faccia, la rassicuro. Sono illusioni, nient’altro. D’altronde tutto quel che vedi è illusione. Lei scuote la testa, non capisce. È il momento di farle leggere la mia agenda. La prego di sfogliare fin dove può. Leggi con comodo, poi mi dirai se tutto coincide. Più tardi, quando i suoi occhi si riempiono di lacrime, capisco a che pagina è arrivata. Le poso una mano sulla spalla: è tutto scritto, capisci? Ogni cosa segue un ordine preciso, dal quadro generale al minimo dettaglio. E qui il dettaglio sei tu, bellezza: un microscopica pagliuzza, che il vento soffia in una direzione precisa.

Chiede perché le pagine successive siano incollate. In realtà, le confido, io le posso leggere. Anzi, a dirla tutta, le ho già lette, proprio mentre venivo a trovarti. Dovevo farmi un’idea chiara, per poterti spiegare come si torna in carreggiata. Tu sei solo un sogno, mi liquida stizzita, tamponandosi gli zigomi. Un prodotto della mia fantasia, delle mie paure: io posso scegliere, e farò esattamente quello per cui sono venuta quaggiù. Senza che tu o chiunque altro mi possiate fermare. Scuoto la testa, mi esce un sorriso di compatimento, di cui non vado affatto fiero. È il caso, le dico, di sgombrare il campo da facili equivoci. Qui non è questione di sentimentalismi, tanto meno di massimi sistemi. Tu stai recitando una parte, tesoro: è questo che devi metterti in testa. Ed è da qualche tempo, ti dirò, che gli autori non sono molto contenti di te, del tuo modo, diciamo così, di aderire al personaggio. In altre parole, ti stai prendendo qualche libertà di troppo. Capisci cosa intendo? Se un copione esiste, di sicuro non è per essere ignorato. Sì, lo ammetto: certe improvvisazioni sono perfino piaciute, talvolta anzi sono servite da spunto. Certe volte gli autori arrancano, in effetti, sono in debito di idee. Se vuoi la mia opinione, una bellezza come te sovente finisce per deviare le loro penne verso esiti troppo scontati, prevedibili: si cade nel clichè, nel luogo comune, chiamalo come ti pare. Con caratteri come il tuo, si rischia di scrivere robaccia. Le vedi quelle correzioni? Vuol dire che il tiro è stato aggiustato, e che lo si è fatto dopo un tuo involontario suggerimento. Ti sei mossa bene, insomma, hai contribuito a migliorare il contesto. Ma ora. Ora è diverso, tesoro. Ora, bella, hai davvero esagerato. I conti non tornerebbero più se io ti lasciassi andare dove stai andando. Per esempio. Come potremmo giustificare le scene che già abbiamo in mente di girare? Come si incastrerebbe la tua con le mille altre storie che ti ruotano intorno? E gli altri attori, poi: dovremmo forse assegnare a tutti quanti una parte nuova?

Capisco quando si tenta di fregarmi. Il tono di chi si dice pronto a eseguire ogni tuo ordine, ma ha in mente di fare tutt’altro. Quindi non ci provare, tesoro. E non provare a svicolare. Non riesci a muovere un passo, vero? È un po’ come quando ti ritrovi in mezzo a un sogno pericoloso e cerchi di correre agitandoti senza esito sotto le lenzuola. Questo però non è un sogno. Anche se fra poco sarà come svegliarsi. Ti scorderai di me, completamente. Magari un giorno ricomparirò tenendo per mano qualcuno che ti recita accanto: ma tu nemmeno fiuterai la mia presenza. Ora però basta con le digressioni. È il momento di agire. Il prossimo ciak è vicino. Datti una rassettata, fai dei lunghi respiri. Non perdere la concentrazione, libera tutto il tuo talento. Quando il tempo tornerà a scorrere, e il tuo corpo sarà di nuovo libero, guarda dritto in macchina, e sfodera il più dolce dei tuoi bronci. Sei bravissima, in questo. Dopo di che, dirigiti verso quel bar con l’aria di chi non è più tanto sicura del prossimo passo da fare. Ordina da bere, lascia scorrere i minuti. Trasformati in colei che rimette tutto in discussione. Poi torna alla fermata dell’autobus. Sali sulla stessa linea con cui sei venuta, ma nella direzione opposta. Una volta a bordo, vieni a sederti nel posto accanto al mio. Solo tu sarai in grado di vedermi. Poco dopo un signore ti sfiorerà la spalla, con l’intenzione di parlarti. Tu ascoltalo, ma senza pensare troppo. Sarò io a suggerirti ogni battuta. Non fare scherzi, non ti conviene. Dovremmo ricominciare dall’inizio, e sarebbe molto più doloroso. Se sono qui, è perché siamo ancora in tempo. Non piangere. Non sei sola.

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