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In prospettiva

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Che poi, si dice, è quello che ci distingue dai primati. Poter vivere in prospettiva. Scegliere, non senza dolore, precisi modi di essere. D’intendere le cose. Alcuni la chiamano personalità. Niente di eclatante, per favore. Elaborare frasi, tutto qui. Orientarsi nella penombra. Distinguere pietre da fantasmi. E nutrirsi di complicazioni. Con tenacia. Costruire scioglilingua per il solo gusto d’incespicarvi. Vi spaventa il dubbio. L’accusate di ogni vostra infelicità. Credete che una serena idiozia prevenga qualunque bruciore di stomaco. Vi chiedo allora cosa sareste. Cosa diavolo sareste? Senza i vostri quotidiani labirinti. Senza quell’intollerabile fastidio che si arrampica fino in gola. Ve lo dico io, cosa. Non sapreste, la mattina, da che parte cominciare a lavarvi. Emettereste suoni inarticolati, mentre il vento vi scompiglia la chioma. E quello sarebbe il vostro più prezioso talento. Potrei continuare, comunque. La lista delle accuse è lunga, diciamo interminabile. Pretendete altri esempi, lo so: siete così pigri, da qualche giorno a questa parte. Me ne sono accorto. Ma non ho altro da aggiungere. Vi stupisce? Per oggi il sermone è finito. Andatevene, dunque. Lasciatemi solo. La mia lingua si secca in fretta, da oggi lo sapete. E la testa è piena di fessure. Sì, insomma: devo fare attenzione. Rischia di svuotarsi da un momento all’altro. È un rischio che non so affrontare. Basta il minimo movimento. Perciò, ora basta: non continuate a distrarmi. Altrimenti toccherà cominciare ogni cosa da capo. E non sarà facile, senza un passato cui aggrapparsi. Cosa rimarrebbe di me, se poi rotolasse tutto di fuori? Rovina. Sconcerto. Pallore. Assenza. Non sarei più sereno di oggi. Neppure una briciola. La certezza, ormai l’avete imparato, è una forma di perplessità. La più rozza. La meno propizia. Una specie di sofà – l’idea mi piace – dove trascorrere una serata sonnacchiosa. Ma con la sveglia già puntata sulle sette. I pensieri. Sapete che rumore fanno, quando rotolano in terra? Alcuni rimbalzano come palline di gomma. Le vedete salterellare imperterrite, da una superficie all’altra. Riempiono ogni spazio del loro moto spontaneo, screanzato. Occupano il silenzio con la stessa protervia del pianto di un neonato. Altri invece si adagiano molli, appesantiti da un’inguaribile stanchezza. Giacevano da secoli in una tasca ammuffita. Dove vi guardavate bene dal rovistare. L’improvviso contatto con l’aria li rivela per quel che effettivamente sono: inutili fardelli. D’altronde, che vi aspettavate: non hanno conosciuto un solo giorno di sole. Infine, ci sono quelli che si sbriciolano rovinosamente, che vanno in mille pezzi. I più fragili. I più preziosi. Più scivolano via, più le dita tentano d’acciuffarli per evitare il fatale impatto. Ed è allora che quelle dita si scoprono viscide, artritiche, insicure: incapaci di trattenere. Quegli infiniti, minuscoli frammenti. Quelle miriadi di sventurate schegge. Qual è il loro destino? Nessuno potrà più rimetterle insieme. Non è merce che si possa riparare, quella. Una vita soltanto, e troppo candida per poter durare. Baratterei il resto dei piaceri che mi spettano, pur di rivivere quei pensieri. Di poterli ripensare. Chi di voi sfiderà il buio per venire a sfilarmi il cuscino da sotto la testa, e provare a sussurrarmeli nel sonno? No, nemmeno fra un milione di anni, pensate. Nemmeno fra un milione di vite. È vero, è così. Non posso contare che su me stesso. Perciò andatevene, ora. Vi prego. Lasciatemi solo. Lasciatemi ascoltare il suono di quell’infrangersi perfetto, mentre mi accingo a versar lacrime su una tomba di cemento.

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