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Il resto del programma

Avrebbe potuto cedere all’indifferenza. Fingersi, come gli altri, distratto, o troppo teso, braccato dalla necessità, prigioniero dell’urgenza. In fondo, anche lui inseguiva qualcosa: non c’era tempo da perdere. Invece, nell’avvistare quel paio di stampelle arenarsi a metà dell’attraversamento, non esitò a deviare la rotta. Cinse con un braccio le spalle dell’uomo, mentre il semaforo tornava rosso, e diede ritmo nuovo ai suoi passi. Notò che aveva una gamba più corta: lo zoccolo che ne calzava il piede correggeva solo in parte il difetto. Quando raggiunsero la sponda opposta, capì che non sarebbe stato facile congedarsi. Lo zoppo sudava di fatica e vergogna. Ha bisogno d’altro, gli chiese, mentre attendeva che si riprendesse. L’altro sorrise, come se non volesse altra domanda che quella.

Perché non liberarsi con una scrollata di spalle? Una scusa qualunque e, quando si sarebbero rivisti, lui sì, volentieri, avrebbe giocato quella partita. Gli mancarono le parole, invece, e dieci minuti dopo si stavano togliendo la giacca nella sala fumosa di un bar. Pagò un giro di birre e radunò le palle numerate in un triangolo al centro del tavolo verde. Toccò a lui fallire il primo colpo. Era curioso di vedere come poteva giocare uno in quelle condizioni. Rimase esterrefatto dalla tecnica che lo zoppo aveva messo a punto: impugnava la stecca come fosse un fucile, si torceva tutto, si issava e molleggiava sulla gamba buona; si sporgeva sul tavolo, chiudendo un occhio per prender la mira, strizzando il resto dei lineamenti, una punta di lingua stretta fra le labbra. Aveva il doppio dei suoi anni, ma gli fece la tenerezza di un bimbo.

Una foto assieme, tutto quel che chiedeva per aver vinto la partita: quel tizio non smetteva di stupirlo. Quando arrivò all’appuntamento, chi lo aspettava se n’era già andato da ore. Lui non si scompose: prese un gelato, lo leccò fino alla metropolitana e, prima di salire, gettò via la cialda. A bordo, guardò le foto tessera che lui e lo zoppo s’erano scattati in una cabina. Fece per gettarla dal finestrino, poi ci ripensò. A casa, non gli restò che sfilare le scarpe e disattendere, per quel giorno, il resto del programma. Alla tivù, i notiziari parlavano solo dell’eclisse prevista per il pomeriggio. Più tardi, quando il cielo scurì e tutto fu prigioniero di una penombra irreale, uscì sul balcone. Si scoprì in compagnia di molti altri osservatori: la gente d’un tratto aveva il tempo di indugiare. Sfilò di tasca la foto stropicciata e si accorse che non era la stessa. Accanto a lui non c’era più lo zoppo, ma una sagoma scura, senza volto. Una specie di fantasma, che svanì poco a poco mentre il sole tornava sulla città.

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